apr 302011
 

Articolo di Andrea Carancini

 

Per il ragionamento che sto per fare, è utile ripartire dall’editoriale di oggi di Marco Travaglio: La guerra lampo dei fratelli Marx :

“Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista…ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd…impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”.
Ho sottolineato in grassetto la precisazione che il detto trattato è stato ratificato anche con i voti del Pd. Eppure, a chiosare la sfacciata liquidazione del medesimo (che, addirittura, come ricorda ancora Travaglio, “ci siamo dimenticati di disdettare”) e da parte del governo in carica e del presidente della Repubblica, due autorevoli esponenti del Pd se ne sono uscite con le seguenti dichiarazioni:
Anna Finocchiaro: “Di fronte al responsabile richiamo che oggi il Presidente della Repubblica
ha rivolto alle forze politiche e alle istituzioni, ricordando la natura e
le ragioni dell’ impegno italiano nella crisi libica, suonano stonate e
inaccettabili le parole di Antonio Di Pietro».

 

Marina Sereni: “La scelta annunciata dal Presidente del Consiglio di partecipare ai
bombardamenti di obiettivi militari in Libia è la conseguenza obbligata
della nostra appartenenza alla Nato ed è coerente con il ruolo geostrategico
dell’Italia nell’area».

Il feroce servilismo di queste parole ha fatto sollevare più di un sopracciglio, pur in un paese da tempo assuefatto al peggio come l’Italia. Personalmente, osservo che:
1. Tutto ciò non è che l’ennesima nauseante conferma di quella perdita dell’indipendenza nazionale, in diritto e in fatto, e, soprattutto, della perdita dell’onore, e dell’Italia e della nostra classe dirigente – come rimarcò all’epoca Vittorio Emanuele Orlando – che perdura dal 1947, e cioè dal momento della ratifica del Trattato di pace.
2. A conferma di ciò mi permetto di suggerire di leggere le dette dichiarazioni (oltre che, naturalmente, le ultime scelte governative) alla luce di quanto emerse 15 anni fa al momento della scoperta dell’”archivio parallelo della Via Appia”. Ve lo ricordate? Era quello in cui furono trovate le carte irregolari dell’Ufficio Affari Riservati. 15 anni…un’altra Italia, in cui c’era ancora una (flebile) speranza di trovare giustizia per le stragi che hanno insanguinato il paese, speranza che però proprio allora venne impietosamente delusa.
Primo esempio, dall’articolo Gli assenti di piazza Fontana, di Fabrizio Ravelli:
“Nel ‘ 95 – continua Salvini – l’ arrivo di un nuovo ministro dell’ Interno (Napolitano, ndr) aveva suscitato grandi speranze sull’ ammodernamento di quel settore. Le attese sono state un pochino deluse”. Per ritrovare archivi “dimenticati” c’ è voluto uno storico, il professor Aldo Giannuli consulente della Commissione Stragi. Ed è lo stesso Giannuli a denunciare una “pesante interferenza dell’ esecutivo nell’ attività della magistratura“. È un attacco al ministro della Giustizia Diliberto. Quando il procuratore generale presso la Cassazione ha impugnato il proscioglimento dello stesso Salvini, sotto processo disciplinare, Diliberto s’ è associato: “Un atto discrezionale – accusa Giannuli – Qual è il significato politico di tale gesto? A noi sembra che oggettivamente finisca per presentarsi come una pronuncia dell’ esecutivo sul merito di un’ istruttoria penale e, quel che è più grave, proprio nel momento in cui inizia la fase dibattimentale di quel processo“. Salvini era stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver utilizzato un agente dei servizi in una fase dell’ indagine. “Non ha temuto il ministro – prosegue Giannuli – che il suo atto potesse essere avvertito come una pressione indiretta sul collegio giudicante?”. Chi si arruola amaramente fra gli sfiduciati è lo stesso Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi: “Secondo me non riusciremo mai a fare giustizia fino in fondo – dice – Franco Freda e Giovanni Ventura sono protetti dallo scudo dell’ assoluzione, Delfo Zorzi è irraggiungibile, Carlo Maria Maggi è vecchio e malato. A 30 anni di distanza la giustizia è sempre un surrogato”.

 

“Si capisce quindi l’imbarazzo, pochi mesi dopo, quando scoppiò la questione dell’archivio irregolare della Via Appia in cui erano custodite le carte degli Affari Riservati. Napolitano rassicurò l’opinione pubblica che tutto sarebbe stato chiarito e ne sarebbe stata data completa informazione. A questo scopo, nominò una commissione di inchiesta amministrativa che, fra l’altro, ascoltò pure chi vi parla. La commissione ci impiegò diversi mesi e, alla fine, stese una lunghissima relazione che il Ministro inviò tempestivamente in Commissione Stragi. Ma, la relazione venne segretata e per la sua consultazione vennero adottate misure senza precedenti. Sino a quel punto,  i documenti riservati –e per tali si intendeva solo quelli di istruttorie penali ancora in corso- non potevano essere riprodotti in fotocopia, ma erano liberamente consultabili da commissari e consulenti che potevano prendere appunti. In quella occasione venne stabilito, su esplicita richiesta dell’ente originatore, che parlamentari e consulenti  potessero prenderne visione ma, compilando un apposito modulo sul quale riportare l’orario di inizio e di fine della consultazione preciso al minuto, senza poter prendere alcun appunto ed in presenza di uno dei carabinieri in servizio presso la Commissione che doveva controllare sulla applicazione integrale delle precedenti disposizioni.
La relazione venne rapidamente sepolta in un cassetto e non se ne parlò più. Ovviamente, la delicatezza del tema richiedeva doverose cautele, ma che fine aveva fatto l’impegno ad informare l’opinione pubblica sulla vicenda? Così come si perse per strada la proposta avanzata da più parti di una ricognizione generale sul ministero, per appurare quali e quanti altri fondi archivistici fossero stati abbandonati nei vasti scantinati del Viminale. E, infatti, dopo qualche tempo, spuntò un ulteriore gruppo di fascicoli accantonati nel vano morto sotto alcune scale, dove avrebbe dovuto esserci un deposito di scarpe. Né mi risulta che a tutt’oggi sia stata fatta tale ricognizione per cui non è affatto da escludere che, in un vecchio archivio di deposito, magari insieme a pratiche di pensione o atti amministrativi, ci siano anche scaffali occupati da ben altra documentazione.  Si poteva lavorare meglio”.
C’è da meravigliarsi allora, con questo background, che quelli che sono arrivati a occupare le massime istituzioni della Repubblica approvino, approvati dai propri corifei, le stragi NATO in corso in Libia?
http://andreacarancini.blogspot.com/
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apr 282011
 

Se Ronald Reagan era conosciuto come l’attore che è diventato Presidente, allora forse Barack Obama dovrebbe diventare noto come il Presidente che è diventato un attore.
Ogni movimento del viso,  ogni gesto della mano, ogni parola pronunciata  dal 44esimo presidente si rivela essere una farsa completa.

Questo è il ragazzo che correva per la presidenza presentandosi davanti alla nazione degli Stati Uniti, la mano sul cuore, come il candidato che avrebbe posto fine alla guerra in Iraq e Afghanistan; avrebbe posto fine all’uccisione di civili in questi paesi, e alla brutalizzazione dei giovani americani. Due anni dopo, Obama ha indossato il costume del comandante americano in capo con zelo sempre più spaventoso. Lungi dal mettere fine alle guerre, non solo ha intensificato le guerre di aggressione straniera,ma  le ha ampliato in nuovi territori, compreso il Pakistan,la  Libia e l’ Africa Orientale, aggiungendo cosi  innumerevoli vite innocenti in più al numero dei morti,a livello mondiale,di Washington.

Questo è il ragazzo che aveva promesso di chiudere il gulag americano di Guantanamo Bay, dove sono stati portati centinaia di uomini rapiti in varie parti del mondo, torturati e detenuti senza processo: nemmeno uno di loro è stato condannato. Due anni dopo, la promessa non è stata mantenuta. Negli Stati Uniti le consegne e la tortura sono ancora prassi normale, un fatto che il soldato americano Bradley Manning può testimoniare semplicemente perché ha mostrato il coraggio morale di dire la verità su questi crimini degli Stati Uniti contro l’umanità.

Questo è il ragazzo che ha promesso con untuosa sincerità di dare il via ad una nuova fase della politica estera degli Stati Uniti, di rispettare i diritti umani universali. “I diritti umani universali cominciano con la vita di ogni singolo individuo”, intonò con la solennita della sua voce e del suo vsio,divenuti oramai solenne un cliché. Due anni dopo, la politica estera degli Stati Uniti ha ancor meno riguardo verso  i diritti umani sia all’estero che in patria. A Gaza, il più grande campo di concentramento all’aperto del mondo assediato dalla macchina da guerra israeliana ,appoggiata dagli USA, la retorica di Obama sul rispetto dei diritti degli esseri umani rappresenta una beffa grottesca. Nel mondo musulmano, questo ragazzo è visto come il pacificatore geniale che ha lasciato cadere la sua maschera per rivelare una brutta faccia guerrafondaia come tutti i suoi predecessori.

Questo è il ragazzo che finge di offrire la migliore offerta al pubblico degli Stati Uniti sul deficit di bilancio difendendosi con galanteria dai repubblicani. “Io non voglio tagliare 6.000 miliardi dollari, voglio solo far tagli da 4 trillioni di dollari “, per parafrasare la sua logica falsa. Come se questa fosse una alternativa benigna che il popolo americano proprio non può rifiutare. Così il ragazzo che apparentemente,un tempo,si fece spezzare il cuore dai poveri di Chigago, ora scatena austerità massiccia su molti altri poveri e sulla classe lavoratrice americana, tagliando 4.000 miliardi dollari per il  Medicaid e Medicare, l’istruzione pubblica, il benessere sociale e per i posti di lavoro. Sembra che il nostro cavalleresco e intellettuale eroe Obama, in nessun punto, sia in grado o disposto a pensare al di fuori degli schemi, in cui l’aristocrazia delle imprese ha sepolto i loro vampiri politici di Capitol Hill.

Che ne dici di mettere fine alle guerre da mille miliardi di dollari che sarebbero dovute finire?

O ri-appropriarti dei trilioni di dollari che hai profuso sui bankster? O di invertire le agevolazioni fiscali per quelle persone già oscenamente ricche?. Ciò potrebbe dare molto più senso all’ economia, alla giustizia e alla pace che gli attacchi di Obama verso quelle stesse persone che lo hanno votato per realizzare un cambiamento.

Ma soprattutto, questo è il ragazzo che ha dimostrato che può mentire facendo la faccia pia, con il sorriso dolce quando si riferisce di aver ucciso persone innocenti con droni aerei, e può quasi far scendere  una lacrima agli occhi quando parla di “non essere in grado di ignorare i valori umanitari in Libia “[mentre poi procede a sorvegliare il bombardamento dei civili in quel paese e al contempo, non dando una pausa agli omicidi di civili da parte di un alleato degli Stati Uniti in Bahrain].

Così, quando si terrà la prossima cerimonia degli Oscar, si dovrà istituire una categoria speciale per Barack Obama, in qualità di presidente degli Stati Uniti. Potrà appenderlo  insieme con il suo premio Nobel per la Pace  e, pensandoci bene, potrebbe anche essere nominato per “la  sceneggiatura più divertente di sempre”.

Articolo originale di Finian Cunningham

tradotto da coriintempesta

 

 

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apr 272011
 

Un articolo di Paolo Sensini, fonte

 

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.

Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’onu il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla «no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani» provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.

O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei volenterosi», in accordo con usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.

Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea», che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.

È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’onu «non lo consentirebbe».

La scelta degli alleati non può dunque che essere per i «ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.

Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?

Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di cnn del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto» indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario». Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.

Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-Qāʿida dell’11 settembre 2001».

Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000 morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.

Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che «complottismo».

Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o «lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente «gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.

La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sull’antimperialismo».

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah – Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.

Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i «risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante «esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?». Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.

Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.

Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.

Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.

Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.

«Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione».

Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i «bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i «rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare nato nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos».

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del pd, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della nato in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari usa, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

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apr 272011
 

Sono dell’idea che se critichi una persona devi prima di tutto dimostrare d’essergli superiore e se l’attacchi perchè la consideri fuorilegge devi non esserlo tu, devi seguire ogni regola sempre e in ogni occasione perchè il principio è che ci sono delle leggi e tutti devono rispettarle, te compreso.

Esemplare è l’incazzatura a cui ho assistito ieri mattina di un collega che venendo sul posto di lavoro si è preso una bella multa di 180€ perchè per evitare i rallentatori posti sulla strada ( dove il limite è 30km/h) guidava nella corsia riservata ai pedoni e biciclette.

Certamente qualcuno potrà obiettare che tra questo e le grandi truffe di Berlusconi c’è un abisso enorme, e economicamente parlando ciò è verissimo. Ma se tu, uomo di sinistra, vuoi attaccare Berlusconi 24 ore su 24 perchè “non rispetta le leggi” beh rispettale almeno te.

E se capita, come in questo caso, che una pattuglia dei Carabinieri ti fermi e notifichi una multa, non maledirli, perchè sai una cosa? Quelli come te mi ricordano questo:

[http://www.youtube.com/watch?v=krwFZ1wFCB4]

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apr 262011
 

Il rabbino Dav Lior (maggiore autorità in materia di legge ebraica nel movimento del Sionismo Religioso) ha affermato di recente che una donna ebrea non dovrebbe mai rimanere incinta utilizzando sperma donato da un uomo non ebreo. Secondo Lior, un bambino “avrà i tratti genetici negativi che caratterizzano i non ebrei”.
Sefer HaChinuch (un libro di legge ebraica) afferma che i tratti caratteristici del padre passano al figlio. Se il padre non è ebraico, quali tratti caratteristici potrebbe avere? Tratti di crudeltà, di barbarie! Questi non sono tratti che caratterizzano il popolo di Israele”.
Lior ha descritto gli ebrei come misericordiosi, timidi e caritatevoli “Se il padre è un gentile, allora il figlio viene privato di queste cose”. Tale rabbino è famoso per aver lodato in passato il libro La torah del Re dove si afferma, tra le altre cose, che “Il comandamento Non uccidere si applica solo a un ebreo che uccide un ebreo e che i bambini e i figli dei nemici di Israele possono essere uccisi quando appare evidente che cresceranno per farci del male”

Approposito di ebraismo e oscenità varie, ve lo ricordate che il 22 gennaio il nostro governo ha siglato un accordo con le comunità ebraiche italiane per la traduzione del loro Talmud per la modica cifra di 5 milioni di euro?

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apr 262011
 

Berlusconi e la guerra alla Libia

15 aprile 2011: “Considerata la nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale, non sarebbe comprensibile un maggiore impegno”

26 aprile 2011: “A Bossi spiegherò che non potevamo più tirarci indietro. Ma non cambia nulla nella nostra missione, attaccheremo solo carri armati e postazioni di artiglieria”

Dopo solo undici giorni e una telefonata del nero nobel Obama, Berlusconi cambia completamente strategia e si genuflette agli interessi  americani, com è del resto nostra consolidata abitudine. Nonostante i soliti deliri dei comunisti italiani che plaudono il cambio rotta, questa è una delle più grandi stronzate fatte dal governo Berlusconi ( e ne ha fatte parecchie ), una stronzata che va totalmente contro gli interessi dell’Italia e infrangono accordi firmati con la Libia solo tre anni fa.

Ma questo è il prezzo da pagare. Da 66 anni, dopo aver perso la guerra, siamo solo e unicamente dei viscidi servi.

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apr 252011
 

Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso parlare di una cosa chiamata “la mercificazione del corpo delle donne”, che sarebbe, secondo i propagandisti femministi che hanno inventato questa espressione, una sorta di vilipendio contro la “dignità delle donne”, e che si consumerebbe negli schermi televisivi nazionali con la presenza di giovani ragazze seminude nelle varie trasmissioni.

Chi parla della “mercificazione del corpo delle donne”, solitamente dice anche che questa presunta mercificazione sia colpa del solito, onnipresente e mitologico “patriarcato”, una sorta di mafia maschile internazionale (cioè, il Genere Maschile nella sua interezza) che avrebbe lo scopo di “opprimere” le povere e innocenti donne, queste creature incapaci di intendere e di volere (secondo le femministe), che non essendo dotate di libero arbitrio (secondo le femministe) sono sempre e comunque “vittime” dello “sporco maschio”.

Ovviamente, sono “vittime” solamente quando implicate in qualcosa di “negativo”, quando invece compiono qualche lodevole impresa invece di punto in bianco ridiventano “donne forti indipendenti ed emancipate”. Come a dire, “dietro ogni donna di merda c’è sempre un uomo di merda”, ma “dietro ogni grande donna c’è la meravigliosa natura femminile”, mentre “dietro ogni grande uomo c’è invece sempre una grande donna”[1].

Pertanto, come abbiamo visto, alla denuncia della “mercificazione del corpo delle donne”, segue sempre l’accusa (con conseguente automatica condanna) al Genere Maschile, colpevole a prescindere di ogni evoluzione negativa di questo “liberalismo sessuale” imposto proprio dalle femministe all’intera società occidentale.

Con questo articolo intendo dimostrare che non esiste alcuna mercificazione del corpo femminile nei media, ma esiste invece una gravissima, sottaciuta e letale mercificazione del corpo maschile. Insomma, la tanto sbandierata “mercificazione del corpo femminile”, su cui autentiche teste vuote si sono costruite una carriera di “indignate in servizio permanente” (lavoro molto richiesto in Italia), altro non è che l’ennesima arma propagandistica femminista creata ad hoc per continuare nell’opera di demonizzazione del Genere Maschile e soprattutto della Sessualità Maschile. Arma propagandistica che ha come scopo quello di cementare ulteriormente quel senso di colpa maschile creato ad arte dalle architette del Totalitarismo Ideologico Femminista per “paralizzare” gli uomini in uno stato di mutismo e auto-denigrazione di genere di fronte alle discriminazioni che subiscono.

Che cos’è, dunque, questa “mercificazione del corpo femminile” di cui tanto parlano le femministarde ?

Prima di tutto, dobbiamo dimostrare che se anche esistesse una cosa simile, la colpa non sarebbe degli uomini, e tanto meno del mitologico “patriarcato”. Dimostrare questo è molto semplice, basta vedere cosa succede nei paesi dove la struttura patriarcale della società è ancora molto forte, cioè nei paesi dove l’autorità paterna all’interno della famiglia non è ancora stata sradicata e rimossa (oggi nelle società occidentali il padre è buono solo come bancomat umano o per sketch comici alla Homer Simpson).

L’esempio che più salta all’occhio è quello dei paesi a maggioranza islamica: in quei paesi, denunciati dalle femministe come “inferni maschilisti”, non esiste alcuna presenza di donne mezze nude nei canali televisivi, le donne non vengono presentate in bikini per vendere un dentifricio, e le strategie di marketing utilizzate non contemplano lo sfoggio di tette e culi per vendere un prodotto. Nell’occidente pre-femminista le cose non erano molto diverse. Negli Stati Uniti, che fino alla Seconda Guerra Mondiale erano ancora un paese fortemente patriarcale, nelle spiagge giravano poliziotti che misuravano la lunghezza dei costumi da bagno delle donne:

 

La foto risale al 1922 e venne scattata a Washington Beach. Tutti i piagnistei femministi sul “patriarcato” che “mercifica il corpo delle donne” come si può ben vedere non hanno alcun senso, perchè proprio nelle società patriarcali, come facilmente dimostrabile, le femmine vengono incoraggiate (e talvolta anche “costrette” tramite l’imposizione per legge di codici d’abbigliamento) a coprirsi, e non invece ad andare in giro seminude come avviene nelle società femministe occidentali. Parlare di “patriarcato” che “obbliga” le donne a spogliarsi è un controsenso, dato che le società patriarcali da sempre hanno fatto l’esatto opposto.

Ma per le femministe, nella loro profonda malafede, tutto ciò ha poca importanza. Perchè farsi limitare da cose come la logica e il buon senso quando strillando istericamente la parolina magica e maledetta, “patriarcato”, si possono riversare su di essa tutti i mali dell’universo ?

Dunque, cosa si vuole dimostrare con tutto questo discorso ? Che l’accusa delle femministarde che strillano contro la “mercificazione del corpo delle donne” non può essere rivolta né agli uomini e tantomeno al “patriarcato”, dato che quest’ultimo in occidente non esiste più (esiste solo, sotto forma di fantasma, nelle teste bacate delle femministe). Quindi se proprio si volesse parlare di “colpevoli”, il principale imputato sarebbe proprio il femminismo e la conseguente “rivoluzione sessuale”.

Adesso che abbiamo dimostrato che gli uomini o il “patriarcato” non sarebbero comunque colpevoli di questa nuova delirante accusa femminista, andiamo a dimostrare il perchè non esiste alcuna “mercificazione del corpo delle donne”. Per fare ciò, andiamo direttamente a vedere l’etimologia del termine “mercificazione”. Secondo il vocabolario Devoto-Oli 2009 la mercificazione è un “desolante deprezzamento di valori o beni spirituali, visti nella sola prospettiva dell’interesse economico che se ne può trarre”.

Domanda: il corpo delle donne è un “valore o bene spirituale” ?

Ovviamente no, quindi già da qui si capisce che parlare di “mercificazione del corpo della donna” non ha alcun senso. Il “corpo della donna” non è un “bene spirituale”, e nemmeno un “valore”, è solo un ammasso di carne e organi sorretto da un’impalcatura ossea, proprio come il corpo maschile. Esiste invece la “mercificazione dei rapporti umani”, perchè l’amicizia è un valore, ed esiste la “mercificazione dei sentimenti”, perchè questi fanno parte della più profonda vita interiore di ogni essere umano. Mercificazione dei sentimenti che, questa sì, viene fatta in Tv con la cosiddetta “tv del dolore”, e che guarda caso vede proprio le femmine come protagoniste di questo disgustoso teatrino [2]. Ma non esiste e non può esistere la “mercificazione del corpo della donna”.

Che le femministe vogliano elevare a “valore spirituale” la materia, la dice lunga sulla gravità dei loro disturbi mentali, e sull’intenzione, nemmeno tanto velata, di dare una connotazione “femminile” all’idea del Divino, cioè una forza soprannaturale misteriosa e insondabile, al di fuori della capacità di comprensione dell’essere umano. Non è un caso che il marxista antifemminista Ernest Belfort Bax, autore del saggio “La Frode del Femminismo”, definiva proprio le femministe come “le supreme idolatre del proprio sesso”. Ed è anche per questo motivo che le supreme idolatre del proprio sesso considerano “l’offesa ad una donna” come “una offesa a tutte le donne”. Essendo le donne, per le femministe, una sorta di “popolo divino”, sulla falsa riga del “popolo eletto” ebraico, violare la dignità di una donna significa violare un intero blocco monolitico divino, appunto il “popolo delle donne”. Ma su questo argomento ci ritornerò in seguito con un articolo apposito, perchè è vasto e intricato.

Per parlare inoltre di “mercificazione”, e volendo forzatamente applicare questo concetto agli esseri umani, potremmo dire che lo schiavismo era una forma di mercificazione, che includeva comunque un qualche tipo di coercizione violenta. Gli schiavi neri che raccoglievano il cotone nelle piantagioni americane erano ridotti a “merce”, esattamente come, forzando un pò il concetto, viene ridotto a mero strumento da lavoro pesante per paghe miserevoli il corpo maschile (circa il 93% dei morti sul lavoro sono uomini), a cui non viene data inoltre alcuna dignità umana [3].

Le femmine che vanno in Tv a mostrare il proprio corpo vengono pagate profumatamente, per un “servizio lavorativo” che costa loro una fatica pari a zero. Nessuno punta loro una pistola alla tempia costringendole ad andare seminude in Tv, al contrario di quanto accadeva con gli schiavi, che invece venivano costretti attraverso la violenza. Una femmina che va in televisione a mostrare cosce e tette rappresenta inoltre il contrario della mercificazione, come spiegato prima: siamo piuttosto nel campo della “venerazione”.

Le vallette o le ballerine della Tv italiana, invece che paragonarle offensivamente agli schiavi, come lasciano intendere le femministe, vanno paragonate alle stars del mondo dello sport. La femmina che si presenta mezza-nuda in Tv viene adulata ed esaltata esattamente come vengono idolatrati i grandi campioni dello sport: la prima per la sua avvenenza fisica, i secondi per le loro performance sportive. Entrambe queste categorie hanno poi in comune il fatto di guadagnare esorbitanti somme di denaro.

Avete mai sentito qualcuno parlare di “mercificazione del corpo degli sportivi” ? E avete mai sentito qualcuno accusare un tifoso di un campione sportivo di stare “mercificando il corpo di quello sportivo” ? Ovviamente no, perchè non avrebbe senso.

Va inoltre aggiunto che le trasmissioni della Tv italiana abbondano di baldi giovani ignudi che fanno gran sfoggio di muscoli e pacchi, in tutte le ore del giorno e in ogni canale, senza che nessuna femministarda dica niente o parli di “mercificazione del corpo dell’uomo”.

Si può facilmente notare come non ci sia canale televisivo dove non venga fatto ampio uso di uomini nudi, letteralmente in mutande e anche senza in certi casi, ad ogni ora del giorno, dalle trasmissioni di prima mattina a quelle pomeridiane e poi oltre. Rai o Mediaset il discorso non cambia, l’esposizione del corpo nudo maschile è una costante. Si son mai lamentate di tutto ciò le femministe ? Avete mai sentito qualcuno denunciare questo profluvio di corpi maschili ignudi in Tv come una “mercificazione del corpo degli uomini” ? Ovviamente no.

E sapete perchè le uniche che si sentono parlare di “mercificazione del corpo delle donne” sono le femministe, accompagnate come sempre dai loro servizievoli cagnolini maschi ?

Perchè negli ultimi decenni, proprio gli uomini, cresciuti a pane e lavaggio del cervello femminista, hanno smesso di ricoprire la funzione di argine alla demenza femminil-femminista. E’ un problema culturale diffuso, e la colpa non va data solo agli uomini o alle donne, ma è innegabile che da quando gli uomini si sono trasformati in degli ‘yes men’, sempre pronti a giustificare e plaudire ogni immensa stupidaggine vomitata da una femmina, queste ci hanno preso gusto e hanno metaforicamente alzato l’asticella, sparandole sempre più grosse e vedendo come reazione dei maschietti stupidamente giubilanti di fronte alle loro vaginate.

L’uomo deve tornare a ricoprire il ruolo di ‘argine’ alla demenza femminil-femminista, perchè se questa viene lasciata a “briglie sciolte” poi travolge tutto e tutti, elevando il ‘nonsenso’ a discorso comune, come ampiamente testimoniato dalla “produzione letteraria” delle femministe, che pare solo un colossale monumento alla malattia mentale.

Come detto prima, anche questa ennesima “battaglia” delle femministarde ha scopi ben diversi da quelli esplicitamente dichiarati. Le femministe vorrebbero elevare il “corpo delle donne” ad un simbolo mistico-religioso, qualcosa che vada a colmare la “mancanza di fede” che attualmente vige nelle società occidentali (e il femminismo è una religione, con i suoi dogmi, i suoi testi sacri e le sue profetesse…). Il tentativo folle sarebbe quello di sostituire l’immagine del Cristo nella croce con una donna nuda in croce, la nuova divinità dell’Era Femminista che tutti i “maschietti” dovrebbero venerare (e che le “supreme idolatre del proprio sesso” già venerano da tempo). Ecco perchè si parla tanto di “corpo della donna” e di una sua presunta “mercificazione”: secondo le femministe il desiderio sessuale maschile, “sporco e rozzo per sua natura”, proiettato sul “corpo della donna” sarebbe un sacrilegio, l’equivalente di una messa nera in chiesa.

Anche la recente campagna pubblicitaria del femminista Oliviero Toscani va in questo senso. Il noto fotografo ha pubblicato un calendario dove in ogni mese c’è il primo piano di una fregna, con lo scopo da lui dichiarato di “combattere tutto quello che svilisce la donna”. Non capite il senso di tutto questo, cari lettori ? Il Toscani, al pari delle sue colleghe femministe, mette in mostra un nudo femminile, e poi lancia l’accusa agli uomini: non guardate questo primo piano di fiche con lo sporco desiderio sessuale maschile, poiché esse sono sacre, vanno venerate.

Bisogna guardarle come se si stesse guardando un’immagine sacra, senza coinvolgere gli ormoni e il “rozzo desiderio sessuale maschile”. Che sia in atto, in tutto l’occidente, una colossale opera di ingegneria sociale femminista, nel tentativo di riscrivere la natura umana, è ormai innegabile. Il mondo del Nuovo Ordine Mondiale dovrà essere “unisex”: così vogliono gli architetti dell’ingegneria sociale femminista.

Ma la campagna pubblicitaria di Toscani era talmente “avanti”, in senso femminista, che quella sempliciotta della Carfagna non l’ha capita, e infatti ha subito protestato contro il fotografo.

Carlo Antonelli, il direttore di Rolling Stone, la rivista che ha venduto in allegato il calendario di Toscani, ha subito precisato lo scopo di questo nuovo tentativo di divinizzazione del corpo delle donne:

“In Italia regna la doppia morale. A casa di Oliviero Toscani e di Rolling Stone invece no. Nei media nostrani da trent’anni la rappresentazione del corpo femminile è oltraggiosa, barbara, troglodita, a partire dai calendari diffusi dalle riviste maschili con le solite giovani signorine ritratte come cagnette pronte ad essere possedute”

Capito ? La rappresentazione del corpo femminile (non delle donne, ma del loro “corpo”: come il “corpo di Cristo”…) nei media italiani è “oltraggiosa”: in realtà il messaggio che si vuol far passare è che ad essere “oltraggiosa” è la sessualità maschile, e in ultima istanza gli uomini stessi, che ancora oggi, dopo 100 anni di femminismo, non hanno ancora del tutto elevato il “corpo delle donne” a simbolo religioso, da guardare con deferenza, come si guarda un crocifisso.

Insomma, alla fine abbiamo dimostrato che la “mercificazione del corpo delle donne” non esiste, ed esiste invece una mercificazione del corpo degli uomini sotto forma di sfruttamento lavorativo, che ogni anno produce circa 1’400 uomini morti sul lavoro. Abbiamo dimostrato che se per assurdo esistesse una “mercificazione del corpo delle donne”, la colpa non si potrebbe ascrivere né al “patriarcato” né agli “uomini”, ma alla “rivoluzione sessuale” tanto cara alle femministe. Abbiamo dimostrato inoltre che quella che le femministe chiamano “mercificazione” è invece un’attività lavorativa simile a quella degli sportivi, che mettono in mostra le proprie doti atletiche a scopo di intrattenimento e per questo vengono “adorati” da orde di tifosi, al pari delle ragazze che vanno in televisione per mostrare la propria avvenenza fisica a scopo di intrattenimento e che per questo vengono “adorate” da orde di spettatori. Abbiamo altresì dimostrato che dietro gli strilli uterini delle femministe si cela l’intenzione di divinizzare il “corpo delle donne”, elevandolo a simbolo sacro da contemplare in silenzio e assoluta deferenza.

E in tutto questo, per pietà umana, ho evitato di approfondire una questione tutta interna al femminile, e cioè di quelle femministe cesse che temono la concorrenza sessuale delle ragazze più giovani, le quali mettendosi in mostra fanno inflazionare il “valore” di quelle più in là con gli anni e poco gradevoli alla vista (oltre che all’udito e all’olfatto), che poi si lamentano della “mercificazione” del corpo delle donne perchè a non venire “mercificato” è il loro di corpo. Sono le stesse femministe che si lamentano delle prostitute, perchè queste vendono a basso prezzo una cosa che le femministe vorrebbero vendere a peso d’oro. Anche qui, a preoccupare le femministe è l’inflazione del Potere Sessuale Femminile: un uomo dovrebbe “sputare sangue”, secondo queste megere, prima di infilare l’uccello in un buco.

Parlare, come fanno le femministe, di “mercificazione del corpo delle donne”, riferito a delle ragazze che guadagnano cifre assurde solamente mostrando una scollatura o una mezza coscia, è un insulto e un’offesa a tutti quegli uomini, operai, muratori, pontisti, carpentieri, minatori, che ricevono una paga da fame e rischiano ogni giorno la vita facendo lavori pericolosi e usuranti.

Far passare le veline come “vittime” di una presunta “oppressione patriarcale” è una delle vaginate più repellenti e offensive partorite dalla feccia femminista. Offensiva in primo luogo contro i lavoratori di sesso maschile, che muoiono in silenzio per costruire le case di queste merde ingrate che cianciano di “mercificazione del corpo delle donne”.

E che i giornalisti maschi prendano atto di questa Verità, e la smettano una volta per tutte di farsi complici di queste ripugnanti e volgari farneticazioni femministe.

Fonte:

Anti-feminist

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apr 252011
 

Negli ultimi tempi si sente parlare molto spesso degli effetti negativi che il cambiamento nella struttura familiare ha portato con sè, talvolta con previsioni poco promettenti per il futuro dell’umanità. Esito, questo, di una serie di politiche socio-economiche ma anche educative che mettono a rischio “la famiglia”.

Il Dott. William Gardner, scrittore e analista canadese ha scelto questo tema per il suo libro intitolato “The War Against the Family”(La guerra contro la famiglia) per analizzare e verificare le radici dell’attuale situazione sociale sopratutto in Occidente. Ci sono molte definizioni per descrivere la famiglia. Essa è un gruppo sociale umano i cui membri sono legati da vincoli di sangue, affettivi, legali e naturali. In tutte le società evolute, la famiglia ne rappresenta il fondamento, la cellula basilare, il cui buon funzionamento garantisce il buon funzionamento dell’intera società.

Nel suo libro Gardner riconosce responsabili le autorità politiche occidentali per l’attuale crisi della famiglia. Secondo William Gardner, loro hanno cominciato da tempo una lenta guerra contro le basi della famiglia, dimostrandola come simbolo dell’opressione oppure come una vera e propria prigione. Coloro che vogliono difendere l’esistenza della famiglia, come primo passo dovrebbero conoscerne i nemici per poter trovare poi dei metodi per combatterli. Una delle strategie adottate dal sistema capitalista è quella di ridefinire il concetto della famiglia secondo i propri interessi.

Gardner scrive: “Nella definizione riportata dal ministero dell’educazione dell’Ontario, una delle dieci province del Canada, la famiglia viene considerata un’unità sociale composta dalle persone che aiutandosi a vicenda per socializzare, guadagnano insieme dei soldi”.

Non esiste il minimo accenno al matrimonio o la necessità della presenza di moglie, marito e figli, e le responsabilità che portano questi ruoli. Non si parla nemmeno di amore e fedeltà tra loro che sono le qualità che rendono solide le famiglie. Questa evoluzione, riformulazione ed estensione del concetto di famiglia nelle società occidentali porterà a determinate conseguenze sociali.

Nell’Islam, la famiglia e’ un’istituzione divina, la cui origine coincide con quella dell’uomo. Dice Iddio nel Corano: “Ed è un segno di Dio l’aver creato per voi, da voi, delle spose, affinchè riposiate presso di loro, ed ha posto tra voi amore e compassione. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono”. Il matrimonio costituisce il fondamento della famiglia. L’Islam prescrive il matrimonio come pratica della vita dei profeti e proibisce ogni forma di relazione sessuale al di fuori di esso.

Data la grande importanza attribuita dall’Islam alla vita intima della coppia, e’ necessario che essa venga vissuta all’interno del matrimonio, in modo responsabile e stabile da una coppia unita da una relazione che non si esaurisce nella pratica della sessualita’, ma che da’ luogo ad un complesso di rapporti reciproci e di responsabilita’. All’interno della coppia, i coniugi condividono diritti e doveri, compiti e responsabilita’.

Wendy Shelit scrittrice americana scrive che alcuni media negli Stati Uniti sconsigliano il matrimonio alle donne e le suggeriscono di sposare invece i loro cani! Giustificandolo con la scusa che sarebbero gli unici ad amare una persona piu’ di se stessa.

Secondo le statistiche del 2007 sono oltre 93 milioni gli americani non sposati con piu’ di 18 anni. E’ in evoluzione anche il concetto di famiglia nei paesi europei. Per esempio tra gli adulti che vanno dai 21 ai 44 anni in Francia, un quarto delle donne e un terzo degli uomini vivono da soli e preferiscono le convivenze rispetto al matrimonio. Dal 1995, in Italia, sono più che raddoppiati i divorzi. Questo è il preoccupante dato emerso da un rapporto dell’Istat su separazioni e divorzi. Il destino incerto dei figli e la povertà dei separati sono tra le ferite aperte di questo fenomeno che mette alla prova la famiglia e con essa il tessuto sociale italiano. Nel 1995 si verificavano 158 separazioni e 80 divorzi ogni 1000 matrimoni, nel 2008 si arriva a 286 separazioni e 179 divorzi. È il dato allarmante che emerge dai dati Istat nel rapporto su “Separazioni e divorzi in Italia” relativo al 2008. Anno in cui si sono verificate oltre 84 mila separazioni e 54 mila divorzi.

Un’altra strategia distruttiva dei governi occidentali è quella di rappresentare il lavoro delle donne casalinghe come qualcosa di inutile. Mentre si da maggior importanza al lavoro fuori casa. Mentre sappiamo benissimo che educare i figli è come contribuire a costruire una nuova generazione per il futuro. Gardner scrive che la diffusione di asili nido è una delle politiche contro la struttura della famiglia. Secondo le statistiche il circa 25 percento dei bambini che vengono lasciati a casa hanno seri problemi nell’aver cura di se stessi, mentre tra quelli che vengono lasciati presso gli asili nido, si vede un notevole aumento nei problemi fisici e psicologici. William Gardner afferma che gli asili nido non possono svolgere lo stesso ruolo della famiglia perchè lì manca l’affetto materno.

Infine Gardner ricorda che anche le politiche economiche nei paesi occidentali mirano ad accelerare il collasso della famiglia e tutto cio’ finirà in un maggiore aumento dei divorzi, decadenza morale, aumento di casi di AIDS, aborto ecc. e i pensatori occidentali cominciano a prendere in esame la situazione e pubblicano sempre piu’ le loro osservazioni sulla crisi di famiglia e il suo collasso in Occidente.

Fonte:

Saigon 2k

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