
Ogni volta che s’appropinqua la data del 25 aprile, mi pongo – con sommo e crescente sgomento, anno dopo anno – la domanda sul senso e il valore di questa ricorrenza. Essa viene celebrata dallo Stato italiano come la “Festa della Liberazione”: liberazione, nel 1945, dal “tedesco invasore”, e dal regime fascista – o meglio da quanto ne era sopravvissuto per un paio d’anni (la Repubblica Sociale Italiana) – alleato della Germania (e del Giappone, nel famoso “Asse”), la quale – checché se ne possa pensare – era stata comunque il nostro alleato, praticamente contro il mondo intero, e che proditoriamente avevamo pugnalato alle spalle con il cosiddetto “armistizio” dell’8 settembre (in realtà una resa incondizionata di una composita classe di vili e felloni che il Fascismo avrebbe fatto bene ad estirpare – idealmente, s’intende – nel corso di un ventennio, invece di organizzare la solita cosa “all’italiana”).