Lo scorso 22 marzo, un rappresentante del Ministero degli Esteri del governo della Corea del Nord affermava in una nota ufficiale:
“L’attuale crisi libica insegna alla comunità internazionale una seria lezione. È stato dimostrato al mondo che lo smantellamento nucleare della Libia, a lungo propagandato dagli Usa in passato, si è rivelato una modalità di aggressione con cui questi hanno blandito quella nazione con parole molto ‘dolci’ quali ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per disarmarla e poi inghiottirla con la forza […] Ancora una volta viene dimostrata la verità storica per cui la pace può essere preservata soltanto costruendo una propria forza, fino a quando nel mondo si presenteranno comportamenti arbitrari e prepotenti […] La Repubblica Democratica Popolare di Corea molto semplicemente ha intrapreso la strada del Songun, e la capacità difensiva militare costruita in quest’ottica, rappresenta un deterrente fondamentale al fine di evitare una guerra e di difendere la pace e la stabilità nella Penisola Coreana”1
Se per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, guidata da Kim Jong Il, la dottrina strategica del Songun (trad.: L’esercito innanzitutto) sembra aver effettivamente indicato la quadratura del cerchio nel bilanciamento tra rivendicazioni politiche di matrice leninista/antimperialista e realismo geo-strategico, tutti gli altri attori internazionali inseriti nella famosa lista nera dei cosiddetti “Stati canaglia”, redatta dal Pentagono, sembrano aver recepito malissimo le lezioni della storia. Ultimo nell’elenco, la Libia di Gheddafi, al quale si deve necessariamente rimproverare un eccessivo ammorbidimento nel quadro dei rapporti internazionali con i Paesi della Nato.
Sia chiaro: non ci riferiamo in alcun modo alle peraltro ridicole tesi in voga nella sinistra radicale del “Gheddafi compromesso con il capitalismo europeo” o altre simili idiozie ancora fondate su una tipologia di dialettica “capitale-lavoro” infantile, vecchia, anacronistica e priva di alcun “contatto teorico” sia con la realtà storico-politica delineatasi a partire dal secondo dopoguerra, sia (e a maggior ragione) con la realtà storico-politica della nuova fase nata dai due principali sconvolgimenti degli ultimi trenta anni: la rivoluzione post-fordiana (1975-1985) e l’avvio della fase unipolare (1989-1991).
Il declinante ruolo dell’Urss di Gorbaciov, prossima al cedimento totale, aveva aperto al strada all’intervento in Iraq, dimostrando – proprio in uno scenario divenuto centrale almeno a partire dal 1967, come quello mediorientale – come il campo dei rapporti di forza internazionali fosse in via di progressiva ridefinizione, sino al suo totale reset. L’operazione Desert Storm, che aprì la prima Guerra del Golfo, inaugurò una nuova stagione strategica: lo sfondamento simultaneo terra-aria e l’integrazione informatica nei sistemi d’arma, misero in campo le prime novità introdotte dalla Revolution in Military Affairs comparsa negli anni Ottanta, che i Sovietici avevano soltanto potuto cogliere – grazie alle intuizioni del generale Nikolaj Ogarkov – poco prima del collasso del loro Stato.
Da allora, gli Stati Uniti hanno avviato una vasta fase di interventi a carattere “umanitario”, cercando di allacciare le dottrine strategiche e le necessità di espansione della propria sfera d’influenza alle ragioni storiche di una globalizzazione economica pensata come deterministica e totalizzante. Tutto ciò ha mostrato i suoi limiti ed appare ormai evidente come la parabola discendente avviata poco dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq, stia rimettendo in discussione gran parte delle certezze su cui l’unica super-potenza rimasta al mondo fondava la propria politica internazionale.
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