apr 112012
 

«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione… sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando la democrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.

Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

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feb 222012
 

Napolitano buffone, questo l’epiteto datogli dai sardi contrari alla sua visita.

Non c’è che dire, quest’uomo, questa perla di saggezza come il nostro presidente appare essere agli occhi dei suoi adulatori, scopre improvvisamente che parte della popolazione gli è ostile. Toh! Novità?

Napoleone Colajanni dalle file del PCI nella corrente migliorista  lo descriveva così:

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gen 282012
 

Ogni qual volta una nazione europea torna alle sue origini, storia, cultura e tradizioni, si ritrova immediatamente addomesticata da forze “democratiche” esterne, che soffocano le aspirazioni nazionali nel mondo affinché la gente si conformi alle predilezioni della finanza globale. Gli eventi ungheresi d’inizio 2012 forniscono un vivido esempio di questo schema. Il paese, diventato membro delle Nazioni Unite nel 1955, del GATT (precursore dell’odierna WTO) nel 1973, del FMI e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo nel 1982, del Consiglio d’Europa nel 1991 e della NATO nel 2004, sembra far parte della comunità delle democrazie occidentali, incentrata attorno al FMI e all’EU, sotto tutti i punti di vista; ma al momento viene trattato dall’Occidente come un bimbo cattivo. Un recente articolo del Financial Times spiega con estrema chiarezza le cause di questo scontro: il Primo Ministro ungherese offrirebbe un promemoria – qualora qualcuno su questo continente ne avesse bisogno – della linea, familiare, che dal caos economico porta all’autoritarismo politico. L’Unione Europea ha portato avanti due grandi progetti dopo la caduta del muro di Berlino: la moneta unica e l’avanzata della democrazia verso est. L’euro è ora in serio pericolo. Orban manda un messaggio forte in merito ai pericoli per la democrazia.

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gen 082012
 

Non si è ancora spento il clamore delle manifestazioni anti-putiniane del dicembre scorso, osannate dalla nostra opinione pubblica liberal-progressista, e già emerge una nuova “rivoluzione democratica” da sostenere contro il nuovo nemico, questa volta situato nel cuore della vecchia Mitteleuropa e della “Nuova Europa” post-comunista, l’Ungheria del premier conservatore Viktor Orbàn.
Non c’è giorno che passi che non escano su quotidiani come “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “l’Unità” o “il Fatto Quotidiano” articoli a tinte fosche sull’Ungheria neo-nazionalista e autoritaria, che a detta dei commentatori nostrani starebbe ri-precipitando ai tempi del regime conservatore filo-fascista dell’Ammiraglio Horty o delle Croci Frecciate (il movimento nazional-socialista magiaro che governò negli ultimi mesi di guerra).
Si tirano in ballo il passato di fedele alleato nazista dell’Ungheria, come se il Terzo Reich non avesse trovato entusiastici sostenitori in tutta Europa, l’ “antisemitismo magiaro” e persino le origini uralo-altaiche, e quindi euroasiatiche e non del tutto “occidentali”, degli ungheresi per colpire con “geometrica potenza” il governo di Orbàn, definito oramai senza mezzi termini come un “regime”.
Ma quale sarebbero i “crimini” di Viktor Orbàn, già giovane promessa dell’euro-atlantismo ungherese e ora guardato proprio da Washington e Bruxelles come una sorta di Gheddafi mitteleuropeo?

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